Mini a chi?

È grande la sua storia come lo sono le personalizzazioni che offre. Ecco perchè l'uomo Arbiter, attento ai dettagli, trova nell'icona inglese un'alleata della sua eleganza. - di Claudio Giudice -

Dal 1959 ha attraversato ogni corrente culturale e artistica, divenendone spesso parte, quando non simbolo, perché così è la Mini, oltre l’auto, un’icona. Vengono in mente le immagini degli anni 60 e 70, quando da queste macchine agili e (relativamente) scattanti scendevano donne bellissime, attori, piloti che nella Mini avevano visto più di un valido mezzo di spostamento.

Pensiamo al film Colpo all’italiana e al suo remake The italian job: Michael Caine nel primo e Mark Wahlberg nel secondo mettono a segno un colpo spettacolare e fuggono a bordo di tre Mini.

Nata da un’esigenza della British Motor Company che affidò a sir Alec Issigonis il compito di realizzare una macchina che competesse sul mercato negli anni della crisi petrolifera dovuta alla chiusura del Canale di Suez a opera di inglesi e francesi, nel 1959 diede il via a una vera rivoluzione nel mercato.

Oggi della Mini originale, i cui nomi erano Austin Seven e Morris Mini Minor (dovuti ai due marchi della Bmc dai quali era venduta), rimane poco. Ciononostante la sua aura di icona di stile sopravvive.

Chi sceglie una Mini, lo fa sia per le caratteristiche tecniche della vettura sia per come vuole sentirsi mentre la guida: ha un’anima da corsa, tanti sono stati i piloti e i campioni che hanno cominciato proprio con la piccola berlinetta e tuttora esistono numerose competizioni monomarca, e una personalità unica.

Pensate ai gruppi ottici posteriori dell’ultimo modello che, accesi, hanno un disegno delle luci che riprende ognuno metà della bandiera ingleseSi diceva del come ci si sente a bordo della Mini nelle sue varie declinazioni di carrozzeria: una cosa è certa, tutti gli occhi saranno puntati su di voi alla guida…

Non solo si è abituati a vederle con tonalità accese che su altre macchine stonerebbero un po’, ma tipicamente hanno il tetto di un altro colore quando non è tipizzato dagli scacchi bianchi e neri o dalla bandiera inglese.

In quanto creatura British il tartan è un habitué e le finiture stesse del pellame, unite ai dettagli come l’onnipresente Union Jack che campeggia al centro della razza del volante e sui pin cuciti ai sedili, le conferiscono unaspetto tipico.

Machina elegantiarum. Il paragone con l’Arbiter elegantiarum è immediato: la cura del particolare, la costante ricerca dell’essere unici e l’amore per la qualità sono solo alcuni dei punti in comune. Una forte personalità e l’amore per il buon gusto. Inutile dire, un’innata eleganza.

Così, se l’uomo è attento alla scelta del proprio abito su misura, dal tessuto alla linea, dalle cuciture alle fodere, nei bottoni (perché sono i dettagli a fare la differenza) così anche la vettura inglese non trascura i particolari: la finitura dell’abitacolo è estremamente curata, moltissimi sono i materiali e le possibilità di personalizzazione.

Si ripensi ai fari total British, nessun’altra auto ha qualcosa di simile. Un altro aspetto fondamentale nel fascino maschile è lo sguardo. Allo stesso modo vale per una macchina: linee, cerchioni e parafanghi sono importanti, ma è guardando il muso che ci accorgiamo se proviamo qualcosa per lei.

Il muso taglia l’aria, è la prima cosa che notiamo e da lì parte il cofano. Fin dai primi modelli la Mini ha avuto un frontale tipico che pur evolvendosi ha mantenuto la propria identità.

Oggi si è allungato, dando maggior spazio e inclinazione ai fari anteriori che, come due occhi attenti, guardano e scrutano di fronte a loro. In sintesi la Mini è il perfetto compromesso per l’uomo che vuole distinguersi, che cerca un’auto all’altezza di ogni situazione. Performante in un’occasione formale, così come in una casual esattamente come lo è lui. E con la stessa voglia di aggredire la strada.

a cura di Arbiter