L’olio qui é etico

A Monte Vibiano si respira tra gli ulivi, anche millenari, e nell’ordito sotterraneo delle loro radici la cui rizosfera, per dirla col tecnologo Andrea Palazzetti, si estende per chilometri. - di Leila Salimbeni -

La prima immagine è quella di Vigna Lorenzo accesa di un fuoco vermiglio che divampa alla sua base. Non è solo la luce del crepuscolo; ad accenderla è la leggenda che narra di come, nel 217 a.C., abbracciata ai tronchi nodosi e nervosi delle viti, Vubia piangeva e pregava affinché i suoi figli facessero ritorno dalla Seconda guerra punica. Persino il lago Trasimeno appariva acceso, quel giorno, di una vampa purpurea che sembrava foriera del sangue dei soldati e tumido delle lacrime di lei e di altre mille madri. Ma gli dei esaudirono le sue preghiere e, non paghi di quel prodigio, benedissero quel muretto e quella vigna: quell’hortus conclusus dai cui ceppi sortirà, anno dopo anno, la storia che stiamo per raccontarvi.

L’eco wine bar. Si organizzano eco-tour a bordo di jeep elettriche con visita dei suggestivi vigneti e uliveti. Poi, degustazione di vini e olio in azienda.

Duemiladuecentotrentasei anni dopo, la seconda immagine è quella di un gremito gruppo di manager dell’alta moda,
dell’industria manifatturiera, del design e altre personalità di spicco del mondo imprenditoriale italiano e anglosassone
che, alzandosi in piedi, esplodono in un applauso tanto solenne quanto istintivo.

A irretirli è «il fuoco» di Claudio Castiglioni che ha appena fatto il suo ingresso in sala non più nei panni di general manager di Tod’s, che vestiva fino a ieri, ma in quelli di resident manager di Monte Vibiano Vecchio di cui sarà, nel mondo, anche l’ambasciatore.

Applaudono tutti ma, più forte di tutti, applaude Lorenzo Fasola Bologna, presidente dell’azienda e, accanto a lui, Keith Yates, executive chairman della Yates & Partners, affermata società di consulenza e progettazione in termini di customer experience per le più importanti compagnie aeree del mondo.

Cosa ci faccia lui qui lo scopriremo solo più tardi. Fatto sta che da quel glorioso 217 a.C. un radioso futuro si è insediato a Monte Vibiano e si respira tra gli ulivi, anche millenari, e nell’ordito sotterraneo delle loro radici la cui rizosfera, per dirla col tecnologo Andrea Palazzetti, si estende per chilometri.

Stiamo parlando di un patrimonio di 700 ettari completamente incontaminati da quando, nel 1998, «la mia famiglia si prefissò l’obiettivo di annullare le emissioni di gas serra con quella che ribattezzammo la 360 Green Revolution», racconta Lorenzo (da cui Vigna Lorenzo prende il nome), «che da quel momento ha coinvolto ogni aspetto produttivo e decisionale, dal fotovoltaico al biodiesel passando per le vernici a effetto albedo sui tetti.

Undici anni dopo, nel 2009, Castello di Monte Vibiano è stata la prima azienda agricola al mondo a ricevere la certificazione Uni Iso 14064 dall’Istituto norvegese Det Norske Veritas: il coronamento del nostro impegno per l’impatto zero in termini di emissioni di CO2».

Crediamo sia per questo, oltre che per intercessione degli dei, che i frutti che sortiscono dalla collina dei Vibis hanno una tale concentrazione di virtù, sia in termini organolettici sia di possibilità in campo di sperimentazione e ricerca scientifica. «È per questo che sono arrivato qui», confessa Claudio col candore del bambino, o del profeta.

«Conoscevo Lorenzo da prima ma a un certo punto ho intuito che il futuro, non solo mio o dell’azienda ma quello stesso dell’uomo, era nell’olio appena franto». E sarà superfluo dire, a questo proposito, quanto ancora siamo lungi dal comprendere la portata del progetto che il Castiglioni ha qui immaginato e, di certo, anche presagito.

«L’oliva, come il chicco dell’uva, sono il simbolo del modello di Monte Vibiano Vecchio», continua Lorenzo, «una ricorsività e una circolarità simile a quella del compasso», o, per usare un’immagine a noi cara, al mito di uroburo dove la fine del processo coincide anche col suo inizio.

Il punto di partenza per Monte Vibiano Vecchio, sin dai suoi esordi, è stato un modello ambientale prima ancora che imprenditoriale, in cui ulivi e viti potessero svolgere la fotosintesi in un contesto di assoluta purezza cosicché «tutti gli investimenti, anche quello caldeggiato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e dall’Istituto di bioscienze e biorisorse (Ibbr), tramite cui abbiamo brevettato un sistema di certificazione genetica molecolare delle olive, sono stati fatti in questo senso».

Si capirà dunque come una domanda orientata sul futuro dell’azienda suonasse ingenua e non potesse avere, in un’ottica così squisitamente, perfettamente circolare che una risposta incentrata sul presente e, in questo senso, è forse meno sibillina di quanto non apparisse poc’anzi.

«Il futuro è nell’olio appena franto» significa che il futuro di Monte Vibiano Vecchio, allora come oggi, è nell’hic et nunc di scelte che sono soprattutto etiche e, di conseguenza, imperiture sia che ci troviamo nel 1998 sia nel 217 a.C. Tramite le conoscenze di oggi, del resto, sappiamo che i polifenoli rappresentano l’elisir di lunga vita di tutto quantom è sottoposto all’azione del tempo e dell’ossigeno: olio extravergine, vino e uomo compresi.

«È su questi polifenoli che stiamo lavorando, ammette Claudio. «Ibernati come nel non plus ultra o raccolti e incapsulati come faremo in futuro, permetteranno all’olio e all’uomo che ne farà uso di beneficiare delle sue proprietà organolettiche, completamente inalterate».

E non si creda che ciò sia cosa da poco perché l’oro liquido di Monte Vibiano ha una ricchezza immediatamente percepibile e la presenza, taumaturgica, dei polifenoli si manifesta già a un primo assaggio dove balena la rassomiglianza, eccezionale per il degustatore, col tè verde.

Inoltre, nei suoi diversi momenti di raccolta e spremitura ha ispirato e continua a ispirare ergonomie e tecnologie in grado di polverizzare non solo, s’è visto, l’azione
del tempo ma anche quella dello spazio, se è vero com’è vero che la sua miniatura già vola nella first e business class di compagnie aeree come American Airlines, British Airways, Cathay Pacific, China Airlines, Emirates, Saudi, Singapore e Qatar, solo per citarne alcune. Presto spiegato dunque, tra gli altri, l’applauso di Mr. Yates.

A cura di Arbiter