Passaggio da flâneur

Se ne parla così tanto che anche se non ci si è stati, Londra la si conosce. Le sue strade sono come un teatro e un museo vivente, dove lasciarsi affascinare tra cultura, artigianato e buon cibo

Ognuno, quando sente parlare di Londra, viene subito abbagliato da una personale reminiscenza oppure evoca un proprio immaginario, fatto di figure e significati, anche se non l’ha mai vista: perché si dice, s’è detto e sempre si dirà di tutto su questa città, teatro vivente delle scoperte, che da qualche secolo influenza il mondo intero.

Faccio i soliti passi nel «mio» quartiere, Marylebone, nella City of Westminster: deve il suo nome alla chiesa di St Mary’s (ora nota come St Marylebone Parish Church).

Da lì approfitto per una breve deviazione verso il centro, quello affollatodai turisti, quello che i veri londinesi rifuggono (a meno che costretti), e allora, per un attimo, ho immaginato di farlo con Dante Fontana, il personaggio che Alberto Sordi ha voluto impersonare e dirigere nel capolavoro Fumo di Londra, del 1966.

Libreria
La libreria edoardiana Daunt Books (Marylebone High St. 84, dauntbooks.co.uk).

Una frase su tutte mi è rimasta impressa, e potrebbe ben adattarsi al cambiamento che questa nazione sta affrontando: un anziano inglese, nell’osservare i mutamenti imposti dalla Swinging London, proferisce: «Dove andrà a finire la nostra Inghilterra? Ma noi abbiamo fatto di molto peggio: la guerra».

Dante Fontana giunse a Londra stregato dallo stile della upper class e dai suoi costumi: un po’ come ebbe modo di fare il principe di Gerace anni prima, allorquando, giunto tra le sponde del Tamigi, chiese a Pasquale, il suo maggiordomo, di fare un giro per vedere come fossero vestiti gli inglesi e lo stesso al ritorno replicò: «Principe, come gli inglesi qui siamo vestiti solo io e voi!».

Marylebone è un mondo a parte o almeno l’ho sempre visto così: fino a qualche anno fa era una vera roccaforte della middle class che non aveva ceduto alle lusinghe di ricchi e bulimici investitori stranieri; conserva ancora il suo carattere profondamente british.

I miei passi hanno inizio a Chiltern Street: una via intrisa di understatement. Risulta oltremodo facile fare incetta di riviste, per tutti i gusti, al numero 6 presso Shreeji Newsagent, dove l’introvabile ha dimora. Prendo il caffè mattutino presso Il Blandfords, bar ristorante italiano che rasserena le membra per affrontare la giornata.

Questo piccolo salotto della città riesce a essere un angolo di quiete e osservo ammaliato, come lo fu Ulisse dal canto delle sirene, le vetrine di Howarth of London, esclusivo e piccolo produttore di strumenti musicali quali oboe o sassofoni: un piacere osservare le mani capaci di creare tanta grazia per i sensi, un’immagine che davvero rende grazia al Creato.

La quiete evoca sempre, soprattutto d’inverno, un buon distillato, un sigaro e un camino acceso; allora, se la cantina langue, i migliori spirit al mondo riposano in attesa che gli intenditori sappiano sceglierli: Cadenhead’s Whisky Shop & Tasting Room è un paradiso per gli appassionati, grazie anche alla capacità di selezionare piccoli produttori indipendenti.

Svolto verso Paddington Street e osservo la vetrina di James Taylor & Son, che dal 1857 crea meravigliose scarpe su misura fedeli alla tradizione inglese: anche qui non amano apparire ma sono la quintessenza della calzata british.

Negozio abbigliamento
Drake’s, tradizionale negozio d’abbigliamento (Clifford St. 3, drakes.com)

Marylebone High Street è all’angolo e non posso non fermarmi in una delle librerie più belle che conosco: Daunt Books accoglie i suoi avventori in un locale creato nel periodo cosiddetto Edwardian, ovvero liberty.

Le vetrate dell’epoca irradiano la giusta luce sui meravigliosi libri: uscire senza aver acquistato un testo credo sia impossibile perché qui si capisce davvero come abbandonarsi a quell’adorabile viaggio che è leggere, cioè vivere dove guidano le parole.

L’appetito offusca i sensi: concedersi uno spuntino veloce a Marylebone non è difficile, soprattutto se si spazia con la fantasia.

A Moxon Street, just around the corner, ha dimora uno dei migliori butcher della metropoli: The Ginger Pig, i suoi sausage roll, istituzione britannica, sono deliziosi.

Si fanno letteralmente due passi e si arriva in un piccolo parco, storico, del quartiere: Paddington Street Gardens, un tempo cimitero a ridosso della St Marylebone Parish Church. Una panchina in questo angolo di quiete permette di gustare il pranzo e soprattutto di sfogliare la mercanzia di libri e riviste.

Esco quindi dal quartiere, attraverso le strettoie di St. Christopher Place e mi ritrovo nell’abbacinante Bond Street, quindi in Savile Row.

Ammiro le creazioni di Joe Morgan, anima della storica sartoria Chittleborough & Morgan, con il quale m’intrattengo per un tè e procedo spedito verso Clifford Street, ovvero al negozio di Drake’s: la marca di abbigliamento che riesce in maniera impeccabile a mantenere la tradizione tra il passato e il presente rimanendo sempre ben salda a un culto artigianale e a una ricerca dei materiali fatta in Gran Bretagna e in Italia.

Saluto lo chef Francesco Mazzei, anima del ristorante Sartoria (e che altro nome si poteva dare a Savile Row?), dove vale la pena fermarsi a pranzo o a cena; la cura dell’ingrediente e la sapiente ospitalità fanno di questo posto il giusto viatico dove riempire il cuore, rallegrare il palato e dare armonia ai sensi.

Alla fine della giornata sono stanco ma felice, come solo Londra può rendere. Perché dopo l’ultimo itinerario c’è sempre qualcosa di nuovo che attende tra le rive del Tamigi.

E non potrebbe essere altrimenti, per la città che detiene la palma di museo vivente dell’intero pianeta.

a cura di Arbiter