Il tempo del denaro

Nel Rapporto mondiale sulla felicità l’Italia è 36esima, eppure la sua cultura e le aziende condotte come famiglie sono un esempio per Stati più ricchi ma afflitti da problemi come depressione e obesità. - di Ugo Bertone -

Il mondo, nel 2019, crescerà di meno, ma crescerà.
Parola del Fondo Monetario Internazionale che misura, due volte l’anno, l’andamento del prodotto interno lordo delle economie del pianeta, distribuendo pagelle ai vari governi e scatenando reazioni destinate a riempire le pagine dei giornali oltre che a muovere i mercati finanziari.

Un verdetto «neutro», oggettivo, basato sui numeri, dello stato di salute di un Paese. O no?

«Gli indici non sono veritieri, soprattutto quello della crescita economica dato che le persone nel mondo sono sempre più stressate e meno felici», è l’accusa di Jeffrey Sachs, l’economista della Columbia University che ha a lungo collaborato con l’Onu, promotore della squadra che dal 2012 cura il Rapporto Mondiale sulla Felicità (World Happiness Report).

«Crescono le paure, le preoccupazioni, l’ansia», continua, alzando l’indice verso la superpotenza americana; «negli Usa, nonostante la crescita economica, soffriamo di diverse patologie come depressione od obesità: il 40% della popolazione adulta è obesa. Il 70% se si tiene conto dei cittadini in sovrappeso».

Insomma, conclude Sachs, «qualcosa sul modo di misurare l’economia e sul modo di guidare le nostre società politicamente ed economicamente deve essere sbagliato».

Non è la prima volta che un economista si occupa di felicità. Soldi_EuroAnzi, tra gli accademici, il tema è noto come il paradosso di Easterlin, dal nome dell’economista americano che nel 1974 stabilì che la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza: quando aumenta il reddito, stabilirono i suoi studi, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, ma poi comincia a diminuire, seguendo una curva a forma di parabola rivolta verso il basso. Insomma, una volta assicurato in livello di reddito ragionevole, i soldi non fanno la felicità.

Una conclusione a cui, per la verità, era già arrivata da tempo la saggezza popolare. Ma la critica di Sachs va assai al di là dell’analisi di ciò che può assicurare il benessere individuale, fino a proporre un ripensamento del concetto stesso di sviluppo economico.

«Abbiamo bisogno», dice, «di società economiche inclusive che offrano accesso universale ai servizi, che si prendano
cura della nostra salute e del nostro stile di vita.

Abbiamo bisogno di energia pulita (non fossile perché se si commette l’errore di investire nell’energia fossile si distrugge il mondo), di un’agricoltura sostenibile e di una produzione di cibo sostenibile, come quella che fanno alcuni marchi del food italiano quali Barilla, Illy, Lavazza, che proprio perché mettono in gioco la loro reputazione come famiglie si prendono cura dei consumatori; non come le multinazionali possedute dagli hedge funds il cui unico interesse sono i soldi.

Abbiamo bisogno di città sostenibili e voi italiani ci date l’esempio dato che le vostre città sono lì da 2000 anni». Alt, troppi elogi possono dare le vertigini. Soprattutto quando sono merce rara, come sappiamo bene noi italiani nel mirino, il più delle volte, a ragione, per le nostre deficienze civili e per la fragilità della nostra finanza pubblica. Al punto di essere ormai prigionieri di una sindrome del declino che rischia di tradursi in pessimismo.

«Al contrario», commenta Andrea Illy, «noi italiani dobbiamo evolvere verso la sostenibilità, che significa rigenerazione dell’ambiente, tolleranza tra i popoli, inclusione, ovvero un’economia equilibrata in cui la speculazione rientra nei ranghi. Questo è ciò in cui auspico arrivino a credere gli italiani».

Un sogno, anzi qualcosa di più secondo Illy, perché «noi italiani abbiamo le risorse naturali, culturali e umane per diventare Paese leader mondiale di questo rialzarsi con ricadute positive anche per l’economia: lo abbiamo fatto nell’ultimo dopoguerra, perché non ripeterci?».

A questa sfida Illy ha dedicato un libro, Italia Felix, che è un inno al fare e alla responsabilità, a partire dagli imprenditori, categoria che in questi anni ha fatto tanti, troppi passi indietro rinunciando al ruolo assolto negli anni della rinascita post bellica.

«Dev’essere l’imprenditore il primo protagonista del cambiamento, il soggetto economico che più di ogni altro ha l’energia e le intuizioni giuste. Per fortuna, in Italia l’animal spirit sembra iniziare a ridestarsi, ma bisogna accelerare il cambiamento della cultura».

Certo, nella classifica del World Happiness Report, l’Italia naviga a metà classifica, lontana dalle posizioni di testa occupate dai paesi scandinavi, «gli unici in cui i governi si preoccupano che la rivoluzione digitale lavori per noi e non contro di noi come fa Facebook, che minaccia la nostra privacy e ruba i nostri dati».

Nella top ten si ritrovano così i Paesi che già gli scorsi anni avevano occupato i primi posti: Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Olanda, Svizzera, Svezia, Nuova Zelanda, Canada e Austria.

L’Italia si colloca al 36esimo posto, sebbene in netta risalita rispetto al 47esimo posto dello scorso anno.

a cura di Arbiter