Ritratto d’artista

È una pittura essenziale come il deserto quella di Barbara Nahmad, che con le sue vuote distese offre spazio al riaffiorare della memoria di un popolo alla ricerca del suo Eden perduto. Oggi come ieri

Nella parabola di Barbara Nahmad ci sono due date che hanno segnato la sua vita. Una è il 1948, l’altra il 1956. Lei a quel tempo in realtà non era ancora nata, ma quelle due date avevano già in qualche modo disposto il suo cammino.

Il 1948 è l’anno di fondazione dello Stato di Israele; nel 1956 invece suo padre e suo nonno si erano trovati costretti a lasciare l’Egitto a seguito della guerra di Suez e a ricominciare la loro vita.

Sono storie che nella vita di Barbara sono entrate tramite narrazioni e soprattutto tramite tante immagini, scovate nei ripostigli di casa o  sui libri di storia. Narrazioni e immagini che a un certo punto della sua vita artistica hanno funzionato da innesco per un sogno che lei ha voluto ribattezzare con un nome da sogno: Eden.Nahmad Studio

È il titolo di un lungo ciclo che ha occupato i suoi anni recenti, con due mostre importanti. Ed è un ciclo che l’ha spinta a una svolta significativa nel suo percorso da pittrice: l’affiorare di quella storia nella sua coscienza ha conseguito anche un cambiamento e una maggiore chiarezza sul proprio destino artistico.

Barbara Nahmad per esempio ha assimilato un colore che sino ad allora era stato estraneo alla sua tavolozza: il colore della sabbia del deserto.

Eden è infatti l’immersione dentro un’epopea dove tutto era da ricreare, persino l’acqua per irrigare la terra e quindi anche il verde delle piante con cui nutrirsi. L’Eden allora era una dimensione interiore, era in quei volti che sbucavano dalle foto e che trasmettevano l’idea di un paradiso ritrovato, anche se un paradiso fatto di poche cose, quasi di niente.

La pittura di Nahmad a quel punto si è come allineata a quell’essenzialità, ha prosciugato tutti i toni pop che l’avevano contraddistinta sino ad allora. Era la condizione perché la memoria potesse riemergere, con le sue sfumature, le sue presenze silenziose. Perché la storia potesse tornare a parlare dal vivo, come energia che riguarda e investe il presente.

L’accento che contraddistingue questa storia non è però quello identitario, come ci si potrebbe aspettare. È un accento diverso che non a caso finisce con il contaminare anche il processo artistico: è l’idea che l’arte abbia a che fare anche lei con la ricerca e il desiderio di un Eden.

Per realizzare questo percorso occorre a volte fare un passo indietro. Così la sua tavolozza ha iniziato a parlare con l’accento di una semplicità ripescata non grazie a un’intuizione estetica ma grazie alla suggestione suscitata da quelle immagini.

Nel suo studio, uno spazio largo, sobriamente elegante nella zona sud di Milano, dai muri e dagli scaffali occhieggiano ancora numerose presenze di Eden, disseminate un po’ a caso, senza un calcolo. Non si può non notare come in tanti casi si tratti di bambini: presenze insolite negli studi degli artisti. Eden, nello sguardo di Barbara è infatti un’energia proiettata sul futuro; quindi la presenza di questi bambini non è un fattore sentimentale, ma è una sorta di riscontro oggettivo.

Lo spazio che si prendono nella loro disarmata normalità è qualcosa con cui l’artista si deve misurare, in una sfida che ancora una volta la richiama a una semplicità di approccio e a una tensione verso un «già e non ancora». L’oggettività ha sempre contraddistinto la sua cifra artistica; si trattava di un’oggettività inseguita, quasi gridata, enfatizzata anche nelle dimensioni delle tele. Ora invece è più pacata; le velature bianche che accendono le sue figure sono come dei tocchi evocativi che non pretendono più di dire tutto, ma al contrario aprono all’immaginazione.

È un processo che ritroviamo anche nell’opera realizzata per la copertina di Arbiter, dove Barbara Nahmad si misura con un’altra immagine a suo modo epica, perché testimonia di un’altra stagione in cui la storia si era messa a correre sulla rotta di una grande fiducia del futuro. Era l’Italia della rinascita postbellica, sfrontata nella sua felicità e in questo caso anche tagliente nella sua ironia.

È un Alberto Sordi che da tempo stava, lì, come progetto, sul tavolo da lavoro di Barbara e che ora è diventato realtà e che ci torna a parlare, grazie al tramite vitale della pittura. Non è immagine di ieri. È immagine assolutamente di oggi e per l’oggi. Piena di simpatia. Ma anche di intelligenza. Un invito a non cercare di essere quello che non siamo.

a cura di Arbiter