La forza dell’identità

Lo specchio non mente, riflette chi siamo anche se la società globalizzata impone l’omologazione. Ma ci sono oggetti fedeli a se stessi e persone che hanno il coraggio di affermarsi nella consapevolezza che sarà il tempo a giudicare. - di Mattia Schieppati -

C’era una volta l’Italiano Medio. Sbeffeggiato, mal tollerato, compatito, messo al centro della sociologia da salotto.

Concentrato inconsapevole dei vizi e delle virtù di una nazione millenaria, che forse poi non è mai mai stata davvero nazione quanto, piuttosto, una sorta di «media matematica» tra diverse nazioni e radici, latine, longobarde, normanne, arabe, slave…

L’Italiano Medio era il collega d’ufficio, il vicino di casa, quello di ombrellone, il compagno di chiacchiere al bar.

Alberto Sordi specchio
Alberto Sordi

Prepotente coi deboli e debole coi potenti, opportunista e indolente, ma alla fin fine pure capace di
lanciare il cuore oltre l’ostacolo e compiere la grande impresa o addirittura l’atto eroico.

Come la nazionale azzurra campione del mondo ai Mondiali di Spagna del 1982, per dire (11 giocatori medi, un allenatore mediamente capace, eppure…).

O come la galleria di personaggi che hanno preso il volto e la voce di un grande «attore dell’italianità» come Alberto Sordi, che tra la fine degli anni 50 e 70, l’epoca del boom, dell’Italia che sgomitava per uscire dalla sua medietà, ha interpretato con intelligenza questo spirito e questo carattere nazionale.

Questa identità. L’Oreste Jacovacci soldato ignavo e poi eroe de La grande guerra, il prof. dott. Guido Tersilli (primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue), il borghese piccolo piccolo, il marchese Gasperino Onofrio Del Grillo (quello che «io so’ io, e voi nun siete un c…», massima affermazione paradossale di un’identità affermata alla faccia di tutti): tutti soggetti che, pur sotto la lente dell’ironia e spesso della provocazione, hanno tracciatoun carattere.

Hanno identificato un popolo, facendone una sintesi magari impietosa, ma vera. Diciamoci la verità. Oggi, nell’epoca d’oro della mediocrità, di Italiani Medi c’è una grande nostalgia. Quando c’erano, o meglio quando sapevamo di esserlo, sapevamo in qualche modo chi eravamo.

Carlo d'Inghilterra
Il principe Carlo

Avevamo una nostra identità e, soprattutto, il Paese tutto viveva sotto una costante spinta a emanciparsi dalla medietà, aspirava a crescere, a spiccare, a distinguersi.

Quanto meno, sapeva che doveva tenere alto e attento lo sguardo per individuare quei punti di riferimento, quei fari (spesso, brillanti nella notte) che sapevano e potevano indicare una direzione.

Oggi che tutti si credono italiani sopra la media (anzi, addirittura sovranisti, o europeisti, o chissà cosa ancora…), e che ciascuno si crea da sé una propria identità virtuale dando sfogo al proprio edonismo senza maturare attraverso il confronto con gli altri, ecco che definire e ritagliarsi una propria identità è diventato complicatissimo.

La chiamano società liquida, forse perché è diventata un enorme passato di verdura mainstream dove non si capisce più chi sia zucchina, fagiolo o patata. Quando questa moda dell’appiattimento (pardon, della società liquida, anno 2000) è esplosa come se fosse una grande e positiva rivoluzione, tanti, quasi tutti, hanno seguito l’onda: persone, aziende, prodotti, idee e ideologie. Se non diventavi liquido, ovvero non squagliavi la tua identità, non avresti avuto futuro.

E così le auto sono via via diventate tutte dei suv (pure mostri sacri come Porsche, Lamborghini, Bugatti, Bentley, Rolls Royce, ed entro il 2022 anche Ferrari con il modello Purosangue), l’abbigliamento maschile e quello femminile si sono mischiati dando vita a una stralunata moda a-gender (si vedano le gallery con protagonista le mise indossate sui red carpet dal designer di un brand come Gucci, Alessandro di Michele, per farsi un’idea), buona parte dell’orologeria ha dimenticato storia e radici per inseguire l’ansia di sfornare due, tre quattro «collezioni» all’anno.

Come accade a ogni fase di rivoluzione o supposta tale, ecco che però emergono, restano saldi e via via si fortificano anche alcune isole direazione che diventano, guardando all’orizzonte che si fa via via sempre più piatto, dei punti di riferimento. Entità che hanno il coraggio e l’orgoglio di mantenere la propria identità e affermarla nella consapevolezza che sarà la storia a giudicare, e non il numero di like.

Cormac-McCarthy
Cormac-McCarthy

Scogli cui aggrapparsi non solo per non affogare, ma per ergersi e tornare ad alzare lo sguardo e, soprattutto, interrogarsi su concetti come il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo, il vero e il falso, il bello e il brutto: gli ingredienti base dell’identità, quei pezzi del puzzle che ciascuno nella propria vita dovrebbe sforzarsi di comporre per capire davvero chi è, e che cosa ci sta a fare al mondo.

Sposando una mission e una visione che non fa sconti, che chiama al confronto ed eventualmente pure alla critica, della quale si riconosce la sostanza: Hermès, Rolex, Patek Philippe, una cravatta di Maurizio Marinella o di Ugo Cilento, un motoscafo Riva, una bottiglia di Tignanello Antinori, Gaja o Sassicaia, una Noveundici Porsche, un iPhone, un occhiale Ray- Ban sono brand e modelli identitari forti (e potenzialmente immortali) proprio per questo, perché hanno individuato un canone e l’hanno perseguito, rafforzato, approfondito, sforzandosi di diventare quello che sono, non quello che gli altri vorrebbero che fossero.

Non interessa nemmeno stare ad approfondire quale versione, quale annata: basta citare il marchio o il modello per aprire nella mente dell’uditore un universo di riferimenti, di immagini, di sensazioni, che sono emanazione dell’identità acquisita.

Sono quegli elementi che ne costituiscono e propagano il fascino per anni, decenni, secoli. A volte questi «fari» sono divisivi, e non potrebbero non esserlo nella società della quiescenza acritica: un romanzo di Cormac Mc-Carthy o di Michel Houellebecq possono piacere o non piacere, ma sono comunque e a ogni uscita un pugno nello stomaco, un qualcosa che lascia il segno, l’espressione di pensiero di una personalità forte (se proviamo a paragonarli con certi romanzifici anemici e senza sostanza alla Camilleri, tanto per citare una delle star delle classifiche di vendita, si capisce all’istante che non c’è storia).

Il piglio e la visione politica di un Winston Churchill continuano a essere un riferimento di azione e di pensiero, anche (o forse soprattutto) in tempi di Brexit e di perdita del ruolo guida di nazioni e di leader; l’eleganza di un Carlo d’Inghilterra (tanto per rimanere oltremanica) continua a essere segno di una personalità e di una cultura che non scende a patti con l’accorciarsi degli orli dei pantaloni e lo striminzirsi delle giacche.

Piace o non piace, ma certo non si può dire che non si distingua, che non provochi, col suo essere netta e definita, una discussione. Avere identità è questo, è essere consapevoli e onesti con se stessi, è avere la forza e l’umiltà di affermare i propri pensieri e le proprie idee anche se magari non sono in sintonia coi tempi o con le mode, è avere una fiducia incrollabile nella bontà di quel che si sta facendo.

Solo con questa forza interiore si è davvero liberi, ci si può aprire al confronto, ci si può far venire il dubbio che forse, dall’altra parte fuori di noi, ci sia qualcosa di meglio, qualcosa che «vale la pena» conoscere, comprare, incontrare, ascoltare, vivere.

a cura di Arbiter