La luna è vicina

Da Ariosto a Poe, da Verne a Beethoven, l’unico satellite della Terra ha sempre ispirato le arti spronando l’uomo alla sua conquista. E oggi, 50 anni dopo il primo sbarco, il turismo spaziale sta diventando realtà. - di Mario Sartori -

Neil Armstrong, comandante della missione Apollo 11 che aveva portato l’uomo sulla Luna, era da poco rientrato alla base, quando una telecamera registrò queste sue parole: «Good luck, Mr. Gorsky».

Il mistero di quell’enigmatico augurio fu sciolto dallo stesso astronauta nel 1995, durante una conferenza stampa in Florida. «Ero un bambino, giocavo a baseball con alcuni amici nel cortile di casa mia e la palla volò nel giardino dei nostri vicini, i signori Gorsky. Mentre la recuperavo, sentii la signora Gorsky urlare al marito: “Una fellatio? Tu mi chiedi una fellatio? Beh, dovrai aspettare che quel ragazzino vada sulla luna, prima che io ti accontenti”».

Da questo aneddoto non è lecito dedurre che il piccolo Neil abbia maturato quel giorno la decisione di andare sulla luna per far sì che il bollente desiderio del suo vicino fosse esaudito. Però ci dà la misura di quante fossero basse le quotazioni di chi scommetteva sulla conquista della Luna. Eppure era da millenni che l’uomo carezzava quel progetto.

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Dal film muto «Le Voyage dans la lune» del 1902 di Georges Méliès, basato sui romanzi «Dalla Terra alla Luna» di Jules Verne e «I primi uomini sulla Luna» di Herbert George Wells.

Cilindri di terracotta scoperti nella biblioteca del re Assurbanipal, a Ninive, attestano che Etan, un re vissuto 30 secoli prima di Cristo, era scomparso nel tentativo di dare la scalata alle stelle.

Nelle sue opere, Luciano di Samosata, un autore dell’età classica, spediva gli uomini nel cielo, sul Sole e sulla Luna. Diogene Laerzio scrive che Eraclito aveva conosciutodi persona un abitante della Luna, venuto sulla Terra a ricambiare le visite che gli avevano fatto certi eroi terrestri.

È durante il Rinascimento che la cosmonautica compie il suo balzo più prodigioso, quando il prode cavaliere Astolfo s’invola per la Luna in sella all’Ippogrifo con la missione di riportare al paladino Orlando il senno perso da questi in seguito alla sbandata per Angelica.

È lassù che si ritrova tutto quel che si smarrisce quaggiù: i regni e le ricchezze passate, i sospiri degli amanti, progetti mai realizzati, la bellezza, svanita delle donne, e così via.

Lo racconta in versi Ludovico Ariosto, poeta della corte estense a Ferrara, nell’Orlando furioso. Nuova svolta nell’800 quando Jules Verne fornisce ai ragazzi di tutto il mondo quella formidabile macchina per far volare la fantasia che è Dalla Terra alla Luna, nel quale narra la folle impresa del Club Cannone di Baltimora, costituito da un gruppo di reduci dalla Guerra di secessione.

Il romanzo dello scrittore francese è la caricatura di tutte le iniziative sognate dall’uomo per raggiungere il nostro satellite. Orfani di guerre e nemici, gli artiglieri in congedo sparano sulla Luna un razzo con un equipaggio umano che lo colonizzi per farne il 37esimo Stato dell’Unione.

Propende per la satira anche L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall di Edgar Allan Poe. Il personaggio del titolo è un malfattore olandese, indebitato fino al collo, che si fa aiutare dai suoi creditori per scappare verso la Luna a bordo di un pallone aerostatico e, per essere sicuro che questi non lo inseguano, li uccide in fase di decollo.

Cinque anni dopo, un lunatico scenderà a Rotterdam per consegnare un messaggio con il quale il transfuga chiede di essere perdonato e reintegrato nella comunità.

Astolfo sulla luna
«Astolfo sulla luna», illustrazione del 1877 di Gustave Doré per l’«Orlando furioso» di Ariosto.

Che si sia fatto dei creditori anche sulla Luna? Le richieste non sono accolte. Il messaggero extraterrestre è ignorato come un incubo. Alla stregua degli odierni jihadisti europei, partiti per combattere con l’Isis nei deserti lunari della Siria, che chiedono di essere riaccolti in patria.

Chi consideri queste stravaganze letterarie come il côté fanciullesco della corsa alla Luna mediti sulle parole di A. J. Sternfeld, negli anni 30 autorevole membro dell’Accademia sovietica delle scienze: «Si può senz’altro affermare che la fantasia popolare e l’immaginazione creativa dei poeti hanno avuto una funzione di stimolo per la scienza nel campo del volo cosmico».

Che si premura poi di precisare: «Tuttavia i miti, i racconti, i poemi non possono più, oggi, servire da punto di partenza alle ricerche scientifiche nel dominio dell’astronautica.

È il pensiero scientifico che oggi è in grado di dare una soluzione al vecchio sogno dell’umanità, il sogno del volo nello spazio». In altre parole, la poesia ispira, la scienza studia, la tecnologia esegue.

In ogni caso, resta inalterato lo scopo ultimo: l’uomo vuol evadere dalla Terra, dove le varie divinità lo hanno rinchiuso, per vivere negli spazi delle stelle come gli stessi dei.

Dalla metà del ’900 i cantori della Luna vengono messi in ombra dagli scienziati di Cape Canaveral e Bajkonur. Il Leopardi della «graziosa luna» e del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia resta confinato nel limbo scolastico e nelle accademie poetiche.

Per quanto rilucano sotto i raggi dell’argenteo astro, i progressi asettici della scienza e della tecnica astronautiche non affascinano. Persino un uomo di formazione scientifica come Primo Levi ne avverte i limiti. Una settimana prima dello sbarco sulla Luna, il 20 luglio 1969, Levi scrive sul quotidiano La Stampa: «Il volo di Collins, Armstrong ed Aldrin è troppo sicuro, troppo programmato, troppo poco “folle”, perché un poeta vi trovi alimento».

Non lo avrebbe scritto se avesse saputo che gli americani, determinati a vincere a tutti i costi la gara con i russi, hanno deciso di mandare i tre quasi allo sbaraglio. Alla Nasa le probabilità di riuscita sono date al 50%. Richard Nixon lo sa. Per questo si è preparato due discorsi: uno se le cose andranno bene e un altro per la commemorazione degli eroi in caso di catastrofe.

All’oscuro di questi foschi presagi, Primo Levi prosegue: «Certo è chiedere troppo, ma ci sentiamo defraudati. Più o meno consapevolmente, vorremmo che i nuovi navigatori avessero anche questa virtù, oltre alle molte altre che li rendono egregi: che ci sapessero trasmettere, comunicare, cantare quanto vedranno e sperimenteranno».

Timori fondati. Il comandante Armstrong si dichiarerà incapace di descrivere i paesaggi lunari. Manca al «Fortebraccio» statunitense la capacità di sintesi e la sincera meraviglia manifestata otto anni prima dal suo collega sovietico.

«Mi sento bene. Il volo è regolare. La Terra è azzurra. Vedo le nuvole. Da quassù la Terra, senza frontiere né confini, è bellissima». Così aveva parlato, a nove minuti appena dal lancio, il tenente dell’aviazione sovietica Jurij Gagarin, imbarcato a bordo della Vostok per compiere la prima orbita attorno alla Terra. Il 12 aprile 1961.

«Una data epocale nella storia dell’uomo; pochi se ne accorsero, ma quel giorno Scienza e Poesia si erano baciate», chiosa il poeta Roberto Mussapi, autore del libro, fresco di stampa, Il sogno della Luna (edito da Ponte alle Grazie), nel quale ricapitola con afflato lirico il lungo cammino compiuto dagli uomini che a lungo fantasticarono prima di compiere l’impresa.

Nella seconda metà del ’900 la Luna diventa un giocattolo nelle mani dei politici. La sua conquista viene sbandierata come matrice e motrice di futuri e inimmaginabili progressi.

«La crescita della nostra scienza e le ricadute sull’istruzione saranno ulteriormente arricchite dalla nuova conoscenza dell’universo e dell’ambiente», disse il presidente John F. Kennedy in un discorso tenuto a Houston il 12 settembre 1962, apologetico dei voli spaziali e della conquista della Luna.

Quali ricadute positive sull’ambiente ha avuto quell’impresa se siamo ridotti a metterci in fila dietro Greta Thunberg, una piccola Giovanna d’Arco di 16 anni, per implorare i potenti della Terra affinché mettano un freno al surriscaldamento del pianeta, all’inquinamento atmosferico, all’avvelenamento delle acque? Tutto questo andirivieni dalla Terra alla Luna, non può non destare dubbi e perplessità tra gli uomini di pensiero indipendente. Prima, dopo e durante la conquista.

«Quale vantaggio può venirci dal salire sulla Luna se non siamo in grado di attraversare l’abisso che ci separa da noi stessi?» si chiede negli anni 60 Thomas Merton, frate trappista, poeta e scrittore.

Poiché la conquista della Luna non produce benefici, i voli si diradano e gli investimenti scemano. «Negli anni della crisi, prima d’anima e poi economica, le spedizioni sulla Luna non susciteranno più alcun interesse. Se non senti l’anima non guardi il cielo, se non guardi il cielo perdi l’anima», sintetizza Roberto Mussapi.

Il chiaro di Luna ha ispirato anche i grandi musicisti romantici, in primis Beethoven con la Sonata per pianoforte n. 14, op. 27 n. 2 Al chiaro di luna, ma anche Debussy e Chopin. Mentre il rock progressivo dei Pink Floyd ha esplorato The Dark Side of the Moon.

Tra i due estremi, ci ha ipnotizzati la tromba di Miles Davis con le sognanti note cool di Moon Dreams. Dolci e rapinose le melodie Moon River (1961), di Johnny Mercer e Henry Mancini, indissolubilmente legata al film Colazione da Tiffany, e Blue Moon (1952) disperatamente cantata da Billie Holiday.

Parla napoletano la Luna rossa (1950) di Giorgio Consolini. All’innamorato in ambasce, in giro alle tre di notte, che interroga la luna per sapere se la sua innamorata si affaccerà alla finestra, la Luna risponde: «’ca nun ce sta nisciune» (qua non c’è nessuno). Dopo tanti sospiri, s’impone un’accelerata con impennata rock: Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival e la sequela di canzonette italiane che, a ritmo di twist, ci fecero sentire la Luna a portata di mano, come Selene di Domenico Modugno e Tintarella di luna (1959), inno anticonformista urlato da Mina nell’Italia abbronzatissima del boom economico.

A togliere la Luna dal suo plafond celeste, a farci tornare con i piedi sulla Terra saranno Enzo Jannacci con La Luna è una lampadina (1964) e Davide Van De Sfroos con la sua nostalgica Televisiòn. Per cantarla tutta, la Luna non è stata un mito per tutti.

Cantano gli Zulu: «La nostra pelle nera brilla al sole./ La pallida tinta dei nemici, / colore della luna, non ha forza. / Andremo loro incontro al brillare del sole, / non saremo schiavi della luna».

Ma è proprio finita? No. Sono solo cambiati i soggetti attuatori, che non sono più politico-militari, bensì economico-finanziari. Jeff Bezos, il padrone di Amazon che affumica l’atmosfera spedendo merci da un punto all’altro del globo, nel 2000 ha fondato Blue Origin, l’impresa spaziale che farà della Luna il trampolino di lancio per la conquista di Marte.

Oltre a proporre viaggi spaziali che costeranno al turista attorno ai 300mila dollari, il magnate vuol «delocalizzare» nello spazio le fabbriche inquinanti. Per finanziare i suoi progetti interstellari pensa di vendere ogni anno un miliardo di dollari d’azioni Amazon.

Il miliardario giapponese Yusaku Maezawa, 42 anni, ex batterista punk, collezionista d’arte, conta di portare turisti in orbita attorno alla Luna nel 2023. Ci tiene a precisare che il suo è un progetto culturale, artistico e pacifista. Imbarcherà preferibilmente musicisti, pittori, poeti, romanzieri. Per restituire alla Luna la patina di sogno che le spetta.

Se Bezos e Maezawa possono vagheggiare il ritorno alla Luna è anche perché l’11 dicembre 2017, ossia 45 anni dopo l’ultima missione lunare, Donald Trump ha firmato una direttiva che riconferma la volontà degli Stati Uniti di riprendere l’invio di uomini sulla Luna.

«Make the Moon great again»? Probabile. Alla fine dei conti, il presidente è prima di tutto un uomo d’affari e tra affaristi ci si intende. I tre (Bezos, Maezawa, Trump) pensano che la Luna sia un’arancia da cui si può spremere il meglio con operazioni private.

Nella sua opera teatrale Caligola, Albert Camus rappresenta il folle imperatore romano che tra i suoi deliri di potere manifesta il desiderio di possedere la Luna. «Perché?», gli chiede Elicone. «Mah, perché è una cosa che non ho», gli risponde.

Ecco, i padroni del mondo vogliono essere padroni anche dello spazio. Non vogliono farsi mancare niente. E magari, lassù, chissà che non incontrino Dio o Astolfo e non recuperino il senno perduto per l’ansia di possedere.

a cura di Arbiter