La revisione spaziale del tempo

Oltre i confini dell’atmosfera. Dove un secondo può fare la differenza tra la vita e la morte. Così un orologio uscito da una gioielleria di Houston e passato dalle «camere di tortura» della Nasa ha conquistato lo spazio. E non solo. Dopo 50 anni è ancora il Moonwatch di Omega a sfidare l’infinito. - di Mauro Coppini -

Se funziona è obsoleto». A dare retta al sociologo Marshall McLuhan, i processi di innovazione implicano necessariamente una quota di rischio che in nessun modo può essere eliminata. Come dire che la naturale tendenza dell’uomo a coltivare i sogni precede spesso la capacità tecnologica di realizzarli.

Cinquanta anni fa la conquista della Luna ha espresso come meglio non si poteva, una divergenza tra potere e volere che tutta una serie di disastri in fase di collaudo di quei sistemi destinati a dare vita alla missione Apollo 11, avevano rivelato in tutta la loro drammaticità.

L’equipaggio della missione Apollo 11
L’equipaggio della missione Apollo 11 al completo: da sinistra, il comandante Neil Armstrong (1930-2012), di formazione ingegnere aeronautico e pilota dell’aviazione navale; Michael Collins, oggi 89enne, già cadetto dell’accademia militare Usa. A lui venne assegnato l’incarico di pilota del modulo di comando, rimanendo in orbita senza sbarcare sulla Luna; «Buzz» Aldrin, coetaneo di Armstrong e Collins: conseguì un dottorato in astronautica presso il Massachusetts Institute of Technology e fu protagonista dell’allunaggio insieme ad Armstrong.

Eppure, paradossalmente, lo stato relativamente arretrato della tecnologia degli anni 50, almeno rispetto a un obiettivo così ambizioso, si rivelò un inaspettato vantaggio.

Perché se oggi la nostra capacità di fare è enormemente superiore a quella necessaria per prevedere gli effetti del nostro fare,
abbagliati spesso da una massa di dati ai quali arrendersi passivamente, gli uomini che hanno dato vita alla missione Apollo 11 più che ai computer, ancora lontani dalla loro attuale onnipotenza, dovevano affidarsi a competenze provate sulla propria pelle.

Non per nulla i primi «astronauti» rinunciavano volentieri a una definizione così fantascientifica del proprio ruolo in favore della qualifica di pilota. Anche se nello spazio la loro discrezionalità era limitata.

Eppure era il loro mestiere, scolpito nella mente e nel fisico da esperienze militari e civili che richiedevano quotidiani superamenti delle proprie possibilità e come tali imprevedibili nei loro esiti.

In una condizione dove le capacità predittive erano limitate, l’unica soluzione era quella di affinare quello spirito di improvvisazione che diventerà prezioso e determinante nelle missioni spaziali del futuro.

Non c’era luogo sulla Terra che potesse dare indicazioni sulla sopravvivenza dell’uomo e neppure degli effetti che quelle condizioni estreme potevano avere su uomini e macchine.

Si trattava di dare luogo a un processo di revisione in chiave «spaziale» di ogni componente. Che per quanto «maturo» in ambito terrestre finiva per rivelarsi infantilmente inadeguato appena fuori dall’orbita del nostro pianeta.

E l’orologio da polso non poteva certo sottrarsi a questo approccio. Se sulla Terra un orologio fornisce informazioni che non fanno che normalizzare tutta una serie di eventi che ci informano «naturalmente» sullo scorrere del tempo, nello spazio dove tutto si muove, eppure al di fuori dalla percezione da parte dell’uomo, un indicatore del tempo è indispensabile.

Perché le altissime velocità non fanno che contrarre i tempi di manovra: un secondo può fare la differenza tra un corretto rientro sulla Terra e un lampo che sancisce la istantanea disintegrazione della navicella.

Lo Speedmaster
Lo Speedmaster, un cronografo divenuto leggenda e denominato Moonwatch dopo essere stato al polso degli astronauti.

Per la verità Walter Schirra aveva risolto il problema nel modo più naturale possibile e non aveva esitato a indossare il suo personale Omega Speedmaster, quello che metteva al polso tutti i giorni uscendo di casa, durante il volo Mercury il 3 ottobre 1962. E con ottimi risultati.

Ma la fase pionieristica volgeva al termine. La Nasa si stava preparando per le missioni Gemini e Apollo con due e tre uomini di equipaggio e, soprattutto, l’elemento che avrebbe fatto la sostanziale differenza rispetto al passato: le «passeggiate spaziali» fuori dalla navicella.

A questo punto l’orologio diventava a tutti gli effetti uno strumento di bordo, sia pure «distaccato» al polso dell’astronauta.

Nonostante l’impegno crescente la Nasa riflette l’ingenuità e l’onestà degli scienziati, ben poco disponibili alle lusinghe che pure ci sono, della politica e dei media.

È chiaro che il valore commerciale di un orologio certificato dall’ente aerospaziale americano, avrebbe potuto essere incommensurabile. Ma alla Nasa sono duri e puri e invece di proporre un bando di concorso per la realizzazione di un prodotto specifico, pensano bene di inviare due dipendenti in incognito in una gioielleria a Houston.

Si tratta della Corrigan’s Fine Jewelers, fondata nel 1922 e tutt’ora in attività. Informazione utile per chi voglia andare in pellegrinaggio dove è nato il «tempo di Luna».

È li che acquistano, dopo un breve consulto con gli astronauti chiamati a fornire il loro parere, cinque cronografi di marche diverse. Ma l’ingenuità lascia ben presto spazio al rigore e alla puntigliosità della tecnica.

Il cronografo Omega
Il cronografo Omega sulla scheda che ne certifica i test Nasa.

Anche l’orologio è una macchina complessa, all’interno della quale centinaia di componenti in movimento relativo devono coesistere e convivere, appena separati da un impalpabile velo di lubrificante. Come si comporterà in un ambiente così diverso, come lo spazio profondo che lo attende al varco?

Gli ostacoli da affrontare sono molteplici. Quelli meccanici soprattutto. Se per Domenico Modugno «sulla luna il peso è la metà della metà»,la realtà è ben più dura.

Con un’attrazione gravitazionale che nella realtà è un decimo o poco più di quella terrestre, come si comporterà il «motore» dell’orologio?

Quella molla principale e quel bilanciere che ne centellina la potenza? E come reagisce il sistema ad accelerazionisuperiori ai 5g?

E poi c’è il problema delle temperature con sbalzi di temperatura di 100 gradi centigradi. Che sono ancora nulla quando ci riferisca al suolo lunare, dove la temperatura oscilla tra -160 e +120 gradi centigradi.

Per testare la rispondenza degli orologi prescelti alla Nasa si organizzano delle vere e proprie «camere di tortura». Nulla viene trascurato: dalla resistenza all’urto, alle emissioni nocive, alla resistenza all’umidità, al rumore percepito.

Uno dopo l’altro i cronometri prescelti alzano bandiera bianca. Le lancette si fondono l’una con l’altra, il vetro del quadrante si liquefa, in alcuni casi si bloccano dopo pochi minuti dall’inizio del trattamento.

Alla fine solo l’Omega Speedmaster supera tutti i test e diventa ufficialmente l’orologio della Nasa e sarà così l’unico orologio mai indossato sulla Luna.

E quello che più conta, rientrato sulla Terra in piena efficienza.

a cura di Arbiter