Virilità tra semplicità e rigore

Lontano dagli eccessi, dove ogni scelta avviene per accortezza e non per civetteria. Per Curzio Malaparte la moda dell’uomo deve essere un giuramento di fedeltà allo stile maschio. - di Furio -

Giacca di lana blu-pescatore, pantaloni di vigogna grigi, camicia azzurra, pullover blu-notte, cravatta rossomattone, calze blu, scarpe nere. Questo era l’abbigliamento di Curzio Malaparte, quando io giunsi, d’improvviso, alla sua villa del Forte de’ Marmi: ch’è sita a pochi passi da La Capannina, ed è, all’interno, un po’ modificata e molto abbellita secondo suo gusto.

Ci si sente la mano dello scrittore in questa villa, che fu una delle prime a sorgere quando il Forte era spensierato convegno di famiglie patrizie.

Furono i Visconti di Modrone, se non m’inganno, a «scoprirlo» e a renderlo in voga. La giacca era monopetto, a tre bottoni. Ma, dai risvolti del collo alle studiate distanze delle tre asole, dalla postura del taschino alle due pattine, dal punto di vita alla larghezza della manica, quella giacca era diversa dalle 100mila giacche monopetto a tre bottoni che siamo soliti vedere.

Curzio Malaparte
Malaparte siede al tavolo di
un ristorante dell’isola di Capri mentre indossa dei pantaloni corti da mare e una polo, look che egli rese famoso a Forte dei Marmi (Lu).

E la vigogna dei pantaloni era morbida come un cascemir pur cadendo sulle «bustine» delle scarpe come fosse a piombo; la sua tonalità grigia non faceva contrasto con il blu dello giacca quasi del blu fosse nella vigogna.

La camicia era di finissimo cotone «matto» mentre la cravatta, in lana leggera, era senza riflessi. E il pullover aveva la scollatura ben dosata così da lasciar vedere quel che occorre della cravatta, né troppo né poco.

Le calze erano in cascemir, lievi come seta. Scarpe a una sola suola, di eccellente fattura artigiana con punta un poco larga e piatta, come debbono essere con un vestito siffatto. Scarpe comode.

Malaparte detesta i mocassini. Li detesta e lo dice alla toscana; il che è ironico, ma non dispregiativo. Di quella calzatura da pellerossa, soltanto per seguire con malvezzo il cattivo gusto degli americani, s’è fatta una calzatura di moda, anche tra noi. E nessuno s’è avvisto che il mocassino nulla ha di armonico, di fine, di elegante, ma è uno dei mille barbarismi di cui siam capaci noi, gente civilissima.

Se avessi chiesto a Malaparte di togliersi la giacca e il pullover avrei visto ch’egli non usa né bretelle né cintura. A cent’anni (e tanti egli ne compirà, a suo tempo, con l’uguale allegrezza con cui ha compiuto questi 56 che sono appena un soffio nella sua vita un po’ guascona) Malaparte avrà lo stesso fisico ben costrutto e saldo.

Un abbigliamento semplicissimo, dunque. Ma non si pensi che Malaparte si fosse vestito a caso. Al mattino, e non è civetteria, ma accortezza, egli si regola dai colori, dalle luci della giornata. Se gli uomini, come sanno fare, d’istinto, le donne, avessero il buon senso di vestirsi a seconda del tempo, si eviterebbero molte stonature.

È un nulla, forse. Ma è giusto quel nulla il primo indice di eleganza. Malaparte ha gentilezza spontanea, affettuosa con chi gli sia amico. Non è convenzionale, non è retorico, non è artificioso: è aperto come il suo animo. Si fa ragazzo, quasi. «Sono venuto» gli dissi, quando fummo seduti, l’uno dirimpetto l’altro, nella chiara stanza da soggiorno, «per una sorta d’intervista inconsueta, a lei». (Io uso il «lei» con Malaparte, pur s’egli, invece, mi dia del «tu». Gli voglio bene, lo ammiro. Ma c’è, in me, verso lui, chiaro rispetto, com’era consuetudine, un tempo, anche tra coetanei, verso i maggiori. Curzio Malaparte è uomo celebre. Io, sono un cronista oscuro.

La mia cordiale deferenza nulla toglie alla nostra affettuosità reciproca. Ma mi piace considerarlo i mille metri al disopra di me). Malaparte è, in realtà, uomo di schietta modestia. Ha in uggia le interviste, anche se, per compitezza, le sopporta. Ma non sono di suo gradimento, perché non ama porsi sul piedestallo.

Curzio Malaparte
Sopra, Curzio Malaparte, il cui nome di battesimo era Kurt Erich Suckert, sulla scalinata della chiesa dell’Annunziata a Lipari (Me).

Il contentarmi, questa volta, sarebbe stata prova di amicizia. Interrogandolo sui suoi gusti in fatto di moda maschile volli sapere da lui cosa pensasse di certe eccentricità (vere e proprie intemperanze) che di recente hanno fatto la loro apparizione in alcune «sfilate» di modelli.

È da notare che Malaparte non si interessa in modo specifico di queste cose, ma sembra che mille cherubini lo informino, messaggeri segreti, su tutte le novità del giorno. Sa sempre tutto, di tutti. Lo trovai informatissimo.

«Ogni eccesso è da biasimarsi, come ogni ambiguità. Io giudico che si debba stabilire una precisa differenza tra moda maschile e moda femminile.

La donna ha sempre seguito la moda, anche se eccessiva. L’uomo non può fare altrettanto, non deve. L’uomo deve rimanere fedele alla sua virilità, il che impone una moda seria, maschia, virile. Io metto in collegamento certi eccessi con l’invasione dei pederasti».

Poiché io scrivevo parola per parola, Malaparte scandì con più chiarezza: «Bisogna virilizzare la moda maschile. Essa deve essere virile in ogni sua manifestazione. Non si può indulgere su certune forme di decadenza.

E anche gli indossatori debbono essere virili. Si ha paura? Ma anche le paure rendono l’uomo pederasta. La moda americana cos’è se non la concessione della massa ad un gusto decadentistico? La moda inglese è molto più seria.

La civiltà borgheseborghese sta andando a pezzi per questa tendenza a svirilizzare tutto. Vuoi un esempio? A teatro tutto è “soffiato”. Le attrici, gli attori non recitano: soffiano. A Milano, una sera, il pubblico è esploso in urla, perché gli attori soffiavano. Il mio giudizio è questo: l’eleganza maschile deve porre in evidenza la virilità dell’uomo!».

Mutando argomento chiesi notizie del suo lavoro. Sta scrivendo, attualmente, una nuova commedia (Il gran Ming) e un nuovo romanzo: Un delitto cristiano. In più dovrà scrivere il libretto per un’opera lirica del maestro Porrino. Sarà a Capri, nei silenzii della sua casa che sorge a Capo del Massullo, là dove l’isola è tutta selvaggia, integra, superba, solitaria, ch’egli porterà a fine questi lavori.

Dissi: «Certamente, a Capri, lei non indosserà la maglietta e i pantaloncini del Forte, che tutti hanno copiato». Malaparte rise allegramente alla mia buona memoria. Occorre sapere che al tempo in cui Capri non era, ancora, quel ch’è oggi, e il Lido di Venezia era, piuttosto, la spiaggia della gente selezionata e conformista, Malaparte qui al Forte indossava, d’estate, maglietta nera e pantaloncini celesti.

Oggigiorno, chiunque voglia assumere eleganza si veste a quel modo. E Malaparte, di rimando, s’è trincerato nel blu-pescatore e nel blu-notte. È lecito dire che Curzio Malaparte è stato, sempre, un anticipatore in fatto di eleganza nell’abbigliamento, ma mantenendosi su un tono serio.

Guascone, moschettiere, ammazzatutto nella sua vita di letterato, in tema di abbigliamento ha avuto, sin dagli anni più giovanili, singolare contegnosità. I suoi colori preferiti sono il grigio e il blu.

S’udì una voce femminile al piano di sopra, una fresca bella voce dall’accento straniero. «S’è fatto tardi» dissi subito, «debbo andare».

a cura di Arbiter