Andar pel vasto mar

Siamo tutti sommergibilisti, chiusi nelle acque del quotidiano, prigionieri di un iperdinamismo di impegni e di scadenze, in trepida attesa della notifica dallo smartphone. Ritratto a due voci dell’uomo di oggi. Giunto alla seconda stazione della via crucis contemporanea. - di Massimo Valz-Gris e Stefano Zurlo -

Germania, marzo 1945. La fine è vicina e nemmeno tra i nazisti più fanatici c’è chi spera ancora di vincere la guerra con le armi segrete di Hitler. Il paese è bombardato e chi non muore sotto le bombe rischia di farlo per fame.

La Luftwaffe non esiste più e le armate dello Heer sono ormai in rotta. Mentre tra le rovine è in agguato la guerriglia dei Lupi mannari che colpiscono gli alleati e giustiziano chi collabora, al porto di Kiel, miracolosamente sopravvissuto ai raid aerei, fervono i lavori attorno all’U-234, uno degli ultimi sommergibili ancora in grado di prendere il largo.

È un vascello modesto e male in arnese. Non è progettato per combattere ma al massimo per depositare mine, e d’altronde gli ordini sono particolari: trasportare fino in Giappone mezza tonnellata di Preparation 38, ovvero ossido d’uranio, la base per la bomba.

Sommergibile italiano
Immerso, il sommergibile della Marina militare italiana Todaro, classe U212A

Se il Führer non può vincere la guerra magari può farlo l’Imperatore. L’U-234 lascia il molo di Kiel la mattina del 25 marzo 1945 con il ponte coperto dall’ultima brina dell’anno. Destinazione Kristiansand, in Norvegia, e di lì in mare aperto verso il Sol Levante.

Dove non arriverà mai: il 4 maggio il Kapitänleutnant Johann-Heinrich Fehler capta l’ordine del grandammiraglio Dönitz di arrendersi agli americani, Hitler si è ucciso e la guerra è finita.

Dieci giorni dopo, e non senza qualche indugio, il marinaio incontra al largo della Nova Scotia il cacciatorpediniere americano Uss Sutton e gli consegna il battello.

È l’ultimo capitolo dell’epopea degli U-Boot che nei primi anni del conflitto avevano affamato la Gran Bretagna portandola vicino alla resa prima
di soccombere alla marina americana e all’impossibilità di far fronte a un tasso di mortalità degli equipaggi del 75%.

Una vicenda tragica e gloriosa, quella della U-Bootwaffe, come forse solo quelle di guerra possono essere e che ancora oggi anima libri, film, serie tv e metafore più o meno ardite. Certo non è cosa paragonarsi a uomini impegnati in una battaglia disperata e per di più vissuta in condizioni che oggigiorno verrebbero considerate insopportabili da chiunque.

Privacy inesistente, igiene nulla, temperature roventi e aria mefitica. Soprattutto, la paura costante di morire dilaniato nell’implosione dello scafo, oppure soffocato dopo una lunga agonia sul fondale o, peggio che mai, tra le fiamme di un incendio in sala macchine.

E poi l’incubo più fosco di tutti, lo stillicidio delle bombe di profondità e la tortura delle eliche nemiche sopra la testa per ore e ore, finché le ore diventano giorni e i giorni diventano follia. Eppure, ci sia concessa la licenza di una provocazione e, per l’appunto, di una metafora ardita.

Non siamo forse anche noi, molti di noi, un po’ sommergibilisti? Sempre con l’acqua alla gola delle scadenze e degli impegni, e che cosa dire, poi, degli uffici nei quali spesso non ci è concessomolto più del mezzo metro quadrato che avevano a disposizione i marinai della Seconda guerra?

il sommergibile Di Cossato in partenza per una missione dalla base di Taranto nel 1995.

E non siamo forse sempre sul chi va là anche noi, nell’ansia del prossimo beep, della prossima notifica, del prossimo squillo di smartphone? Prigionieri insomma di un iperdinamismo che snatura il ritmo circadiano e ci pone sempre di vedetta, in un turno di guardia senza fine che non fa altro che alimentare stress ed esaurimenti.

Un ritmo accelerato come quello che altri sommergibilisti, questa volta americani, hanno vissuto per decenni, scandito da giornate da 18 ore nelle quali ciascun marinaio era di corvée per sei e a riposo per le successive 12.

Finché nel 2014 anche il silent service non ha avuto la sua rivoluzione delle otto ore: giornate da 24, turni di otto e fuori servizio per 16. Sembra un dettaglio ma ha cambiato la vita degli equipaggi: con la nuova routine i marinai sono meno stressati, masticano meno tabacco, hanno meno bisogno del gabinetto e sono più efficienti sul lavoro.

Chissà che benefici avremmo noi civili tornando a ritmi meno asfissianti. Orari o non orari, quello del sommergibilista continua a essere un lavoro pericoloso e quando l’oceano ti si richiude sulla testa anche il marinaio più esperto trattiene il fiato per un po’.

Ogni tanto qualcuno non torna su: è successo due anni fa al battello argentino San Juan, disintegrato dalla pressione a quasi mille metri di profondità insieme ai suoi 44 marinai, mentre solo lo scorso primo luglio un incendio a bordo è costato la vita a 14 ragazzi del Losharik, nell’ultimo di una lunga serie di incidenti che ha coinvolto la sgangherata marina militare russa: nel 2008 un errore umano aveva causato la morte di 20 marinai sul Nerpa, ma la tragedia più grave e famosa è quella del Kursk, il gigante nucleare che nel 2000, dopo l’esplosione di un siluro, si inabissò nel Mare di Barents con 118 matros tra i 19 e i 45 anni.

Noi civili al massimo possiamo essere silurati da un dirigente in cerca di un capro espiatorio, oppure speronati da un collega carrierista, ma il rischio di affondare, pur metaforicamente, è sempre alto.

Portello sommergibile
Il sottotenente di vascello Marco Rezzano si accinge a scendere a bordo del Di Cossato, nel ’95.

Tanto che il ricorso alla psicoterapia è spesso una necessità, ma un po’ anche una medaglia, come fosse la certificazione del sacrificio, non sul posto di combattimento ma di lavoro.

Lo sa bene Nicola Felici, psicoterapeuta di Milano che ogni giorno si confronta con pazienti vittima di burn out: «Venuti meno i riferimenti simbolici delle epoche precedenti, fossero essi religiosi o ideologici, oggigiorno la società ci obbliga ad affermarci solo ed esclusivamente attraverso la performance e non fornisce un orizzonte di senso nel quale ciascuno possa inscriversi e riconoscersi.

Già Sartre diceva che l’uomo moderno “è solo e senza scuse”, una condizione che la postmodernità ha senz’altro acuito». Il nostro nemico non ha una divisa diversa e non ci lancia contro bombe di profondità, ma siamo comunque sotto attacco, e quel che è peggio non ce ne rendiamo conto.

Ancora Felici: «Mentre il sommergibilista che poteva morire da un momento all’altro sapeva quello che stava facendo e soprattutto perché lo stava facendo, oggi molte persone passano le giornate in ufficio oppure nel traffico domandandosi chi o che cosa glielo faccia fare, una condizione che può rendere il tutto anche più insopportabile del pericolo materiale».

Perché quale che sia la nostra rotta, può essere questo l’insegnamento da trarre, è necessario essere convinti che valga la pena navigare.

L’ammiraglio Giovanetti
L’ammiraglio Giovanetti, Comandante dei sommergibili, sale a bordo del Longobardo (ex battello Usa) nel 1977. È accolto dagli ufficiali con in testa il comandante Attilio Gambino.

Siamo la società del copia-non pensa e incolla. Dice proprio così Paolo Crepet, psichiatra, volto televisivo, autore di libri fortunati sulla condizione esistenziale nella società contemporanea.

«Il pensiero richiede sforzo, elaborazione, concentrazione e invece molti oggi pensano di cavarsela pescando le briciole dalla rete, tre righe o due frasi vanno sempre bene, assemblandole in qualche modo e ributtandole subito in mare aperto, con la convinzione che questo possa servire a qualcosa, se non altro a dimostrare di esistere».

Non è così che si comunica. Non è così che si entra in relazione con gli altri. Non è così che si cresce e si matura.

«L’impressione», sottolinea il saggista, «è che ci si muova in tutte le direzioni perché non si sa stare al proprio posto. Ecco perché ci affascina il sottomarino. Perché là sotto ognuno sa tenere la posizione, ognuno conosce il proprio ruolo, ognuno svolge il compito assegnato. In uno spazio ristretto tutto deve girare alla perfezione e ogni centimetro quadrato luccica, quando fuori, nella società, la spazzatura rischia di arrivare al secondo piano».

Un’immagine forte, che esprime però il disagio crescente della nostra epoca. La perdita di un orizzonte certo, la ritirata con la coda fra le gambe dell’autorità, la sconfitta del dovere visto come un nemico da abbattere. «Dopo la guerra, con un paese distrutto», riprende Crepet, «i nostri genitori erano poveri, ma ricchi nello spirito. Sapevano cosa volevano perché volevano risorgere. E andavano dritti verso la meta che pure appariva lontana, quasi irraggiungibile, un miraggio».

Lo spazio della persona era abitato dal sacrificio, dalla fatica, dal rispetto delle regole. «Quando è arrivato il benessere, questo equilibrio positivo si è rotto. C’è stato il ’68 e poi il femminismo, la contestazione giovanile e tanti altri fenomeni portati dalle ideologie».

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: a furia di eliminare divieti e di togliere obblighi abbiamo confezionato una società di soli diritti. Diritti sempre più sottili, fragili, esili come un fiore che subito declina. «C’era sempre qualcosa da distruggere», aggiunge lo studioso, «qualcosa che opprimeva la nostra coscienza, castrava la nostra libertà, come se la libertà fosse solo una coperta da srotolare a proprio piacimento, qualcosa che inibiva la nostra creatività. Ma così, senza più argini e sponde, si va incontro al disastro. In un mondo in cui tutto e il contrario di tutto si equivalgono, si annaspa, si balbetta, ci si chiude dentro la gabbia di una paura esistenziale sempre più avvolgente».

Camera di manovra sommergibile Cossato
la camera di manovra del Di Cossato, ’95, in navigazione notturna a quota profonda
(tra 60 e 150 metri)

La troppa libertà stordisce e inibisce, e basta pensare allo sfascio della scuola, alla facilità del sesso, all’inciviltà dell’abbigliamento per capire la portata del cambiamento ma anche dello sconvolgimento avvenuto.

Uno spaesamento, arrivato sulle alabarde del progresso. Non si tratta di essere retrogradi, o con la testa all’indietro, come certi ottusi reazionari dell’Ottocento, ma di ricomporre un puzzle in cui troppe tessere sono disperse.

Aveva capito tutto Sartre: le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte. E gli esseri umani sono sempre più deboli e incapaci di volare. Gli iconoclasti, colpo dopo colpo, fanno a pezzi anche la propria immagine.

«Quando i nostri nonni salivano sulle navi ed emigravano in America», insiste Crepet, «su quelle barche e in tutto quel difficile percorso avevano dei complici. Persone da cui dipendevano e a cui si affidavano. Oggi le chat, i social e i messaggi che intasano la rete sono solo il rimbombo della nostra solitudine».

Siamo alla seconda stazione della via crucis dell’uomo di oggi. «La rivoluzione digitale», è il parere dello psichiatra, «ha dato il colpo di grazia alle nuove generazioni già intossicate dal veleno dell’ideologia. Un frigorifero si usa per qualche secondo: lo apri, prendi il burro e richiudi.

Ma un telefonino in tasca è qualcosa che non è mai successo nella storia ed è qualcosa che cambia la vita. Potremmo dire che la rivoluzione digitale ha dato braccia e gambe alla presunzione di oggi, solo che in questo modo si va verso il precipizio. E questo sia detto senza toni apocalittici, ma con la severa consapevolezza dei tempi difficili che stiamo attraversando». Mille contatti ma nessun rapporto.

Sommergibile Da Vinci
Motoristi del Da Vinci, ’86, intenti a riparazioni in locale motori durante la navigazione in immersione

L’affastellarsi di emozioni e sensazioni che non si fanno esperienza. L’ago della bussola che in ogni momento cambia direzione. Caos e anarchia in una società imbruttita e incattivita, colpita a tradimento da una crisi economica che nessuno si aspettava.

«Sembra impossibile», conclude Crepet, «ma aveva ragione il grande Freud quando diceva che l’individuo è disposto a barattare la felicità con la sicurezza. È un’intuizione profonda e drammatica che coglie le dinamiche del nostro tempo, anche sul versante della politica. Vince chi ti restituisce qualche certezza, chi addita il nemico contro cui sfogare le angosce, le sofferenze, le inquietudini sempre più inarrestabili».

Insomma, passo dopo passo, abbiamo messo su un io smisurato, un io che ha ucciso i suoi padri e ha proiettato nella bolla della rete la sua presunta onnipotenza.

Così ora l’io vive nell’ansia di ciò che lo circonda, come accerchiato, e molti nuovi leader politici, in Paesi diversi ma che alla fine si assomigliano, gli offrono su un vassoio d’argento, come Erode a Salomè, la testa di un avversario.

Un bersaglio. Un target da colpire e cui attribuire colpe. La colpa. Perché è molto più facile prendersela con qualcuno che scavare dentro di sé.

Meglio, molto meglio il piccolo cosmo là sotto, nel sommergibile. Dove il metronomo non è stato alterato. Una goccia di ordine in un mare sempre più torbido.

a cura di Arbiter