Bauhaus

Un tributo alla centenaria scuola di Weimar e ai precursori del design modernista. Quando si illuminava senza però abbagliare e le sedie erano ancora vere sedie... - di Renato Proserpio -

Se è una sedia ma tu non lo capisci, allora è design». Ci aveva visto giusto Maurizio Crozza che con questa lapidaria battuta sistemava certi «tipi da Salone» sempre pronti a entusiasmarsi nei confronti di qualsivoglia parto, quand’anche bislacco, del design contemporaneo. Se poi quello stesso design può fregiarsi del gettonatissimo attributo «ludico», allora l’adesione sarà incondizionata.

Wassily
Wassily, seduta-simbolo del Bauhaus progettata da Marcel Breuer a soli 23 anni, quando era ancora un apprendista presso la scuola di Walter Gropius, nel 1925. Il nome Wassily allude al pittore russo Kandinskij, membro del corpo docenti del Bauhaus. L’ispirazione per l’impiego del tubolare d’acciaio venne a Breuer dai telai delle biciclette

Peccato che, spesso, negli accessori e complementi d’arredo forzosamente giocosi, la funzionalità tenda a farsi cordialmente benedire.

E pensare che proprio l’efficienza nell’assolvere a una determinata funzione è stata la stella polare della progettazione moderna, fin dai suoi albori.

A quale criterio si ispiravano infatti i pionieri d’oltremanica dell’Arts & Crafts o quelli continentali di Thonet, se non a quello di adattare alla produzione industriale i mobili, semplificando la decorazione in favore di un’essenzialità tanto pratica quanto elegante?

Guardatele, quelle sedie in paglia di Vienna e legno bollito e curvato, minimaliste senza compromessi eppure diventate già negli anni 70 dell’800 una hit planetaria, dai sofisticati caffè dell’imperial-regia monarchia agli appartamenti borghesi dei nostri nonni!

Si cercava di far entrare il bello nelle case e nella vita della gente normale, a prezzi accessibili, anche in osservanza a una certa etica filantropica, divenuta poi sempre più netta con l’ingresso del nuovo secolo e delle sue incalzanti rivendicazioni sociali.

Nel novero dei movimenti modernisti che avrebbero segnato il Novecento, la scuola di architettura e arte applicata, fondata esattamente 100 anni fa a Weimar da Walter Gropius e attiva fino al 1932 con il nome di Bauhaus, si sarebbe resa interprete formidabile di questa missione, elevando a stato di culto materiali come per esempio il tubolare metallico e il compensato o, in ambito più propriamente edilizio, il vetro sposato alle ruvidità brut del cemento armato.

A dir poco maniacale la sua cura progettuale, imposta dalle ristrette tolleranze consentite dalla produzione in serie (la macchina non contempla i «pentimenti» in cui possono indulgere artisti e artigiani…).

Barcelona
interno con sedute Barcelona e poggiapiedi, per i quali il designer Mies van der Rohe concesse i diritti di produzione a Florence Knoll, imprenditrice designer Usa che con il marito Hans Knoll portò a fama mondiale l’omonimo brand.

Ma anche le fasi della realizzazione vera e propria dovevano essere improntate a un perfezionismo certosino, dal momento che la pulizia formale ben riassunta dal noto (e abusatissimo) principio «la forma segue la funzione» non può che ingigantire le eventuali carenze nella qualità dei materiali o dell’esecuzione.

Che risultano naturalmente inappuntabili sia in icone Bauhaus quali la sontuosa seduta Barcelona, ideata da Mies van der Rohe per ospitare i sovrani di Spagna in visita all’esposizione universale di Barcellona del 1929, sia nei praticissimi tavolini estraibili di Josef Albers o nell’armadio in compensato su rotelle di Josef Pohl.

Soluzioni ideali, queste ultime, per chi non intendeva sacrificare il buon gusto a metrature esigue.

E, a giudicare dal soprannome «guardaroba dello scapolo» con cui l’armadio in questione è universalmente noto, per coloro che nel pieno degli anni ruggenti, tra un cabaret di Joséphine Baker e un jazz di Louis Armstrong, non avevano troppa fretta di mettere la testa a posto…

a cura di Arbiter