Il gusto a fior di pelle

Storico tatuatore, appassionato costumista teatrale, Gian Maurizio Fercioni si diverte a disegnare anche i suoi stessi abiti. Ama le stoffe «che belano» e veste solo su misura. - di Alessandro Botré - foto di Fredi Marcarini -

Un tatuaggio deve corrispondere all’indole e all’anima delle persone, è come un abito su misura. I vecchi tatuatori dicevano di far solamente affiorare sulla pelle quello che una persona ha nel cuore.

E così come oggi il tatuaggio è diventato un’esibizione, anche il vestire, che dovrebbe essere un fatto personale, è divenuto molto approssimativo. Oggi vedo pantaloni stretti, giacche corte, esasperazioni della moda che faccio fatica a mandare giù».

Fercioni sceglie una giacca
Gian Maurizio Fercioni nella sua stanza da letto mentre sceglie una giacca. «È come prendere qualcosa dal bosco», commenta.

Ex pugile, classe 1946, il milanese Gian Maurizio Fercioni è uno dei pochi tatuatori che portano giacca e cravatta con estrema pertinenza.

È un nome storico di questa arte le cui origini si perdono nei millenni. In lui, le passioni per la decorazione del corpo umano e per il vestire sono nate nell’infanzia, come racconta: «In casa mia erano tutti molto eleganti.

Mio nonno poi era incredibile: in un palazzo in corso Matteotti aveva un corridoio lungo quanto la facciata, dove aveva gli armadi con all’interno specchi che riflettevano e duplicavano i capi.

Mio padre aveva la mania delle scarpe e ci ha insegnato a fare la glassatura, quel passaggio lento e circolare con acqua e lucido per fare sembrare la calzatura di vetro, con una lucidatura che permane a lungo.

Quando mi iscrisse alle medie, mi fece fare un bellissimo vestito in flanella grigia dal sarto di origini pugliesi Giuseppe Bilancia, allora giovanissimo, per sperimentarlo. Lui non se lo fece perché vestiva da Caraceni.

Da allora rimasi legatissimo al maestro, fino a quando morì circa sei anni fa. Poi sono passato ad Alfio Carrini, sempre a Milano ma di origini siciliane».

Intanto, Fercioni accompagnava il padre, oltre che dal sarto, a svariate regate, spesso nel Nord Europa. «Nei porti si incontravano molti uomini tatuati», prosegue.

«Ad Amburgo poi c’erano i tatuatori Christian Warlich e Herbert Hoffmann, a Monaco Willy, anche Amsterdam e Londra ne erano piene. A Viareggio avevo degli amici, tra cui ormeggiatori e bagnini, tutti tatuati.

C’era Raffaelli che li faceva ancora a mano, nel retro di un antiquario, e io lo aiutavo, ero giovanissimo. Lo facevo agli amici, e qualcuno per scaramanzia mi lasciava una moneta, dato che dicono porti sfortuna un tatuaggio regalato. Non avrei mai pensato che sarebbe potuta diventare una professione.

L’armadio delle giacche e dei pantaloni sportivi.
L’armadio delle giacche e dei pantaloni sportivi.

Sono rimasto molto legato alla tradizione soprattutto della marineria, pur essendo stato anche motociclista. A proposito, non tollero l’idea che i biker si siano appropriati del mondo del tatuaggio».

Fondamentale la frequentazione del liceo artistico, dove ha avuto modo di imparare l’anatomia umana, conoscenza basilare per un tatuatore. Nel 1970 apre il suo primo studio ufficiale, a 24 anni, nel quartiere di Brera.

Successivamente si trasferirà nell’attuale sede, in via Mercato 16, nella stessa zona. Fercioni affianca ai tatuaggi un’altra passione, quella per il teatro: è infatti anche scenografo e costumista, tra Milano, Ginevra, Monaco di Baviera.

I suoi miti sono Verdi e Rossini. Si diverte, come nell’abbigliamento: «L’arte di vestire è anche un modo per sentirsi vicini alla natura. Gli inglesi e gli scozzesi producono tessuti imbattibili, corrispondenti alla stagione che stai vivendo: hanno il colore del sottobosco, delle foreste, del cielo, del mare. Ci sono Harris tweed con cui stai sotto l’acqua e non ti bagni. Addirittura belano!».

Fercioni quando sceglie i capi non sta lì a pensare troppo agli abbinamenti: afferra dagli armadi quello che gli piace, potendo contare su un vastissimo guardaroba interamente confezionato su misura con tessuti eccezionali.

«È come prendere qualcosa dal bosco», commenta. Velluti, Saxony, flanelle, tweed, spesso comprati in Scozia o Inghilterra, che porta dal suo sarto Alfio Carrini, nella centrale via Pinamonte da Vimercate. Per le camicie invece si rivolge alla fida Sonia, di Pavia, ex lavorante della storica Olga.

Gilet
I gilet in lana, velluto, tweed; i guanti, foderati e non.

I pantaloni sono su misura, come quelli con cui mi accoglie, in un velluto che descrive come «della madonna», preso a Strasburgo e fatto plasmare da Bilancia.

Quanto alle scarpe, una volta le faceva da Orio, grande calzolaio in corso Venezia a Milano, ma quasi tutte sono britanniche: da George Cleverley a Wildsmith, John Lobb, Johnson di Edimburgo.

«Il cartamodello di come voglio le giacche l’ho disegnato io stesso, seguono un po’ la scuola partenopea», spiega Fercioni.

«I napoletani sono diventati grandi perché dovevano adattare i tessuti inglesi a una terra calda, destrutturando le giacche per renderle portabili. Il tessuto va modellato con il ferro da stiro come una scultura, non sopporto le giacche di confezione, anche quelle destrutturate non hanno il taglio che gli può dare un sarto, e lo stesso vale per le camicie e le scarpe.

Non voglio pince e di solito allaccio i doppiopetto ai bottoni inferiori. Poi amo il giro manica strettissimo per avere più mobilità e le tasche oblique all’inglese, più comode come ho constatato quando andavo a cavallo.

Come gli spacchi, sono dettagli che nascono per praticità e poi diventano un’esigenza. Inoltre faccio finire l’interno delle maniche, sempre slacciate, con il tessuto anziché con la fodera, così quando le risvolto per disegnare sono più estetiche».

Ma quando una giacca ha qualcosa che non gli torna, l’artista della pelle la mette a bagno nell’acqua calda. Poi la indossa a torso nudo e la lascia asciugare, così prende la forma. Più su misura di così…

a cura di Arbiter