Nel borgo dell’artista

Il calzolaio e polistrumentista Doriano Marcucci realizza, a Montegranaro, dalle calzature più tradizionali ad autentici gioielli da esposizione. - di Alessandro Botré - foto di Gianni Rizzotti -

Vocazione artistica, personalità esuberante, fenotipo nordico. Doriano Marcucci è un uomo eclettico e consapevole di esserlo, oltre che un abile calzolaio.

Nativo di Montegranaro (Fermo) per parte di madre, classe 1961, ha vissuto l’infanzia a Roma dove si è diplomato all’Istituto d’arte.

Tornato a Montegranaro nel 1980, si è dedicato da subito all’ars sutoria, all’età di 19 anni. Ha passato quasi dieci anni in fabbrica, ricoprendo in un suolificio e in più calzaturifici vari incarichi che gli hanno permesso di cimentarsi nei vari aspetti che attendono alla costruzione di una scarpa.

Doriano Marcucci
Marcucci mostra la scarpa gioiello realizzata per il re del Marocco Mohammed VI, ispirata alla bandiera del Paese.

Nel 1990 si mette per conto suo in un edificio inizio ’900 nel centro di Montegranaro, e battezza il suo laboratorio Vicolo d’arte. Ma è nel 2008 che incontra, dopo quasi 30 anni di pratica, il maestro che gli consentirà di sprigionare tutto il suo talento: Basilio Testella, in arte Vasì.  «Lo considero in assoluto il numero uno al mondo», commenta Marcucci senza giri di parole.

«Costruiva da solo anche molti attrezzi di lavoro su misura per sé e per gli allievi, in base alla loro stazza. Ha lavorato per nobili inglesi e politici mondiali, e non c’è azienda di alto livello che non impieghi artigiani passati da lui. Io sono stato un allievo vicino a un maestro morente, perché purtroppo Vasì aveva un tumore ai polmoni.

A 80 anni non poteva più lavorare al banchetto, così mi spiegava tutto a voce. Ogni giorno, seduti in poltrona uno di fronte all’altro, conversavamo per un paio d’ore.

Amava fare le scarpe. Alla sera, a casa, come uno scolaretto facevo quello che lui mi aveva insegnato durante il giorno, e il giorno dopo gli portavo il compito.

Non era per niente facile. Anche perché i maestri di una volta misuravano l’allievo con l’immediatezza: dovevi capire subito.

Avevamo un’intesa mentale grazie alla quale siamo andati avanti in questo modo per un anno e mezzo». Quando il maestro è morto, tra tanti allievi ha lasciato proprio a Marcucci la più grossa eredità, come Doriano spiega: «Vasì rappresentava la regione Marche al Micam (il salone internazionale calzaturiero organizzato da Assocalzaturifici a Milano, ndr), e quando non ci poté più andare, nel 2010, mi indicò come suo successore, per la vastità di cose diverse che sapevo fare e per come sapevo spiegarle al pubblico».

Doriano Marcucci al lavoro
Doriano Marcucci al lavoro.

La devozione di Marcucci al suo mentore è tale da commuoverlo, specialmente in quelle notti in cui si ferma in bottega a lavorare e, seduto allo stesso banchetto del maestro, si emoziona pensando che Testella ha passato anni e anni piegato su quello stesso legno per mantenere la propria famiglia. «Vasì mi ha insegnato delle tecniche», continua l’artigiano, «che lui chiamava “procedura”.

Mi diceva: “Sperimenta pure, ma arriverai a quello che ti sto dicendo io adesso”. Molti vecchi calzolai avevano manualità ma non buon gusto, facevano cuciture grosse.

Un giorno, mentre lui era in ospedale, gli ho portato una norvegese cucita sotto pancia con spago fino, invece che con il suo sistema grossolano. Mi ha detto: “Devo ammettere che è veramente bella”. Per me è stata una delle soddisfazioni più grandi. Vasì mi manca come uomo».

Marcucci sottolinea come non abbia fatto altro che apprendere una lavorazione centenaria e personalizzarla con la propria sensibilità. Il medesimo concetto lo applica alla musica, ispirandosi ad alcuni artisti che interpreta sulla base del suo stile: Marcucci è infatti anche un polistrumentista che suona col cuore senza leggere lo spartito, dalla chitarra al trombone al didgeridoo…

Come lavorazioni è in grado di realizzare qualsiasi cosa: blake, blake/rapid, goodyear, norvegese, tirolese, a stagno, cioè con il guardolo che risale a L, e san crispino, ossia con la lesina che buca la soletta e la suola di cuoio punto per punto.

La proposta è articolata in due linee principali: quella denominata Vicolo d’arte, con scarpe in numero cucite a blake/rapid, a partire da 350 euro, prezzo che varia proporzionalmente alle modifiche eventualmente chieste dal cliente, e Doriano Marcucci, su misura, a partire da 1.500 euro.

La clientela varia molto, dal ragazzo al medico, notaio, industriale, dalle Marche a Puglia, Emilia-Romagna, Toscana, Svizzera, Francia, Norvegia, Belgio, America, Russia.

Pantofole-in-lavorazione
Una pantofola in pelle di razza in corso di realizzazione con la tecnica goodyear.

Un tempo Marcucci si spostava, faceva dimostrazioni, spesso a Zurigo, oggi invece preferisce che siano i clienti a venire a trovarlo: perché «la bottega parla», ed è vero.

A maggior ragione dal momento che questa, più che una bottega, è casa sua, affollata di oggetti di lavoro affascinanti e strumenti musicali.

Di tutti i modelli che Marcucci mi fa vedere, quello che più mi colpisce è una semplice derby in vitello marrone goodyear che lui definisce «a scomparsa».

Il suo stile è molto ricercato, e abbondano paia colorate in caimano, razza, orecchio d’elefante, pitone, con piccoli gioielli incastonati. Ma ciò di cui va più fiero sono le «scarpe gioiello», pezzi unici da esposizione fatti a mano in pelli pregiate e decorati con pietre preziose.

Come la norvegese in pelle nera di tartaruga, rubini incastonati da un maestro orafo e cucitura decorativa in filo in oro: il prezzo potrebbe superare i 200mila dollari. Ne ha venduto un paio simile, in coccodrillo verde e brillanti, allo sceicco Alfardan del Qatar, commerciante e collezionista di perle.

Scarpe in vitello
Mocassini in vitello crust tamponato a mano realizzati da Doriano Marcucci (650 euro). Le pieghe a raggiera lungo la cucitura della vaschetta sono date dall’ammaccatura della lesina («incicatura» in gergo) e denotano la costruzione manuale.

Ne ha realizzati anche un modello bianco dedicato a Benedetto XVI e uno rosso con la stella verde al re del Marocco. Spera di venderli ai due ispiratori, anche se non è facile.

«Nella mia testa ho almeno altri dieci pezzi, tutti diversi, che ho disegnato per non dimenticarmeli in futuro», racconta Marcucci. «Il mio sogno è fare una collezione di scarpe gioiello, perché so che ovunque la porti nel mondo, aprirei le porte alla Regione».

Ma lo sappiamo, gli enti pubblici non perdono occasione per dimostrarsi nemici del popolo, come Marcucci stesso rimarca: «Gli artigiani fanno fatica: le concerie che lavorano bene sono rimaste in poche, molte le hanno comprate le firme. Io attualmente non ho allievi, lavoro da solo, ma avrei voglia di donare testa, cuore, visione.

Vorrei creare una scuola che non formi operai per le fabbriche, bensì che scorga il potenziale di ogni allievo, dalla cucitura alla tamponatura, pur insegnandogli a fare tutto.

Ma non ci sono istituzioni che aiutano! La Confartigianato fa i bandi, la Comunità europea manda un sacco di soldi alla Regione, così tanti che non sanno cosa farsene.

Vanno tutti a chi fa i capannoni con i macchinari, a chi assume operai, a chi ristruttura o compra i macchinari. Noi artigiani siamo tagliati fuori, non ci arriva niente. Qui nelle Marche, storica zona delle calzature d’eccellenza, abbiamo una crisi paurosa. I piccoli artigiani vengono assorbiti dalle grandi aziende o chiudono. Sono le istituzioni che devono darmi i soldi per fare la scuola, non possono far pagare gli allievi!».

a cura di Arbiter